Michele Zaza, intervistato a Molfetta da Rosario Scotto di Vetta in occasione della mostra “Arborescenza Terrestre” (3–13 luglio 2025, Palazzo Migliaresi – Rione Terra di Pozzuoli), ripercorre la sua storia personale e artistica in un dialogo profondo che unisce memoria, visione e impegno. Nato in una famiglia umile, Zaza ha trasformato la lotta per l'identità in una poetica visiva potente e coerente, capace di unire corpo, coscienza e spiritualità. Dall'infanzia a Molfetta ai grandi palcoscenici internazionali, l'artista racconta come ogni gesto, colore e simbolo sia parte di un linguaggio universale che guarda all’arte come forma di rigenerazione individuale e collettiva.

L'arte come coscienza universale, intervista a Michele Zaza a Molfetta in occasione della mostra Arborescenza Terrestre a Pozzuoli
Dal 3 al 13 luglio 2025, il Palazzo Migliaresi nel suggestivo Rione Terra di Pozzuoli ospiterà "Arborescenza Terrestre", la nuova mostra personale di Michele Zaza, una delle voci più originali e coerenti dell'arte italiana contemporanea. In questa lunga intervista, raccolta a Molfetta, sua città natale e matrice della sua poetica visiva, Zaza ci conduce in un viaggio che è biografia, filosofia, arte e politica esistenziale. Un racconto autentico che attraversa infanzia, memoria, lotta, trasformazione, spiritualità e visione cosmologica dell’arte.
Come nasce l'artista Michele Zaza
"Posso affermare che ho sempre sognato, fin da piccolo. L'artista in me è nato in seconda elementare, quando in classe ci diedero un giorno dedicato al disegno. Il mio primo disegno fu 'Il seminatore' di Van Gogh. Quel gesto di spargere semi mi è rimasto dentro. Lì ho capito che avrei seminato anch'io, ma con immagini, con gesti, con idee."
Michele Zaza individua nell'arte non solo un percorso individuale, ma un'azione collettiva e trasformativa, un atto di responsabilità verso se stessi e il mondo. Cresciuto in una famiglia povera, senza strumenti culturali a disposizione, ha vissuto la propria crescita artistica come una battaglia personale: "Mio padre era analfabeta, mia madre quasi. Io ho imparato l'italiano solo dopo la prima elementare. Per me il dialetto non era identità, ma barriera. Ho sempre lottato per superare quel limite, per costruire la mia voce."
Dalla Puglia a Milano: la scoperta del mondo e del corpo
Dopo l'Istituto d'Arte di Bari, Zaza si trasferisce a Milano per iscriversi all'Accademia di Brera. Inizialmente segue la cattedra di pittura di Domenico Cantatore, ma capisce presto che l'ambiente è troppo simile alla sua terra: "Eravamo tutti pugliesi. Avevo lasciato il Sud per allargare i miei orizzonti, non per ritrovarli identici. Entrando per caso nell'aula di Marino Marini, ho visto una vera finestra sul mondo: giapponesi, americani, tedeschi. Lì è cominciata la mia vera educazione artistica."
In quell'ambiente Zaza scopre la forza del corpo come veicolo espressivo, l'energia come materia creativa, la casa come spazio cosmico: "Non ho mai avuto uno studio separato. Casa e lavoro sono sempre stati un tutt’uno. Il padre, la madre, i figli, lo spazio domestico diventano presenza reale e simbolica, elementi di una cosmologia in cui l'uomo è al centro dell'universo."
Simboli, gesti e volti coperti: il linguaggio Michele Zaza
Il corpo, il volto, il gesto. Tutto in Zaza è codice, rito, resistenza. I suoi volti coperti, tra i simboli più potenti della sua ricerca, affondano le radici nell’arte rinascimentale: "Mi colpì molto 'La cacciata dal Paradiso' del Masaccio. L'uomo si copre il volto uscendo dall'Eden. Quel gesto per me rappresenta la presa di coscienza della condizione esistenziale e sociale. Quando mi copro il volto, non mi nascondo: affermo la mia coscienza, il mio diritto alla sopravvivenza come idea, come equilibrio interiore."
Il colore azzurro, ricorrente nei suoi lavori, ha un significato preciso: "È il colore dell'universo, della cooperazione, dell'unione tra le etnie. L'azzurro elimina le barriere. È simbolo dell'umanità unificata nella diversità."
Il tempo circolare e l'eterno presente
Nelle opere di Michele Zaza la sequenza assume valore fondamentale. Non esiste un tempo lineare, ma una circolarità continua: "Ogni punto è inizio e fine. Le mie opere non raccontano una storia con un prima e un dopo, ma raccontano un presente perpetuo. Spesso le intitolo 'Perpetuo' proprio per sottolineare questa natura di eterno ritorno, di continuità esistenziale."
Etica e dissidenza: l'arte come atto critico
La prima mostra di Zaza si intitola "Cristologia", ma è con "Dissidenza ignota" che arriva il riconoscimento internazionale: "Era un'opera contro il vuoto. Un'opera contro la ripetizione automatica della vita: produrre, consumare, morire. Io proponevo un corpo che decide. Un individuo critico, capace di trasformare la propria condizione. Non è solo una questione del Sud Italia, ma del Sud del mondo. L'arte deve scuotere, deve creare movimento dove c'è immobilità."
Arborescenza Terrestre, la mostra al Rione Terra di Pozzuoli
A Pozzuoli, Michele Zaza presenta "Arborescenza Terrestre", un progetto pensato per dialogare con la natura dinamica del territorio: "Pozzuoli è una terra che si muove, si solleva, cambia. Ho sentito questa vibrazione anche dentro di me. Ho utilizzato il blu del mare, ma anche il rosso ossido della terra. Le forme si sviluppano in verticale, verso l'alto. C'è una rigenerazione, un'espansione che è fisica, mentale, spirituale."
Il titolo della mostra rimanda alla struttura degli alberi, ma anche a un pensiero che si espande: "È un'arborescenza mentale, una crescita dell'idea. Come un paesaggio che si rigenera."
Zaza non vuole solo esporre un'opera, ma costruire un'esperienza: "Invito tutti gli abitanti di Pozzuoli a venire. Questa mostra è anche la loro. Non l'ho pensata da solo: l'ho pensata con Pozzuoli. Voglio che si riconoscano. L'arte non è solo mia: appartiene a chi la guarda, a chi la vive."
Michele Zaza in Italia e nel mondo, da Lucio Amelio a Leo Castelli
Indimenticabile la mostra di Lucio Amelio a Napoli, dove invertì la galleria: "La terra era dipinta d'azzurro, il cielo coperto di molliche di pane. Le stelle non erano più un sogno astratto, ma un elemento reale, quotidiano, simbolico. Il pane è stato il mio primo nutrimento. Renderlo stella è stato per me un atto poetico di giustizia."
Il percorso di Zaza si intreccia con i grandi nomi dell'arte contemporanea. Leo Castelli, il leggendario gallerista newyorkese, visitò la sua casa di Molfetta prima di accettare di esporlo: "Disse che nelle mie fotografie c'era un universo. Un mondo che non esisteva nella sua New York. Questo per me fu un riconoscimento immenso."
Poi la mostra al Museo d'Arte Moderna di Parigi, diretta da Suzanne Paget, dove espose opere dalla Biennale di Venezia e nuove sequenze: "Fu la mia prima personale museale all'estero. La conferma che la mia ricerca poteva parlare un linguaggio universale."
"La luce di Molfetta è sempre con me. A volte la luce è così forte da rendere le cose diafane. Questa diafania è diventata parte della mia visione. Anche quando espongo a New York o Parigi, è come se fossi a Molfetta. Perché Molfetta vive dentro di me."
L'arte come coscienza universale, Arborescenza Terrestre come dono per i fruitori
"Arborescenza Terrestre" non è solo una mostra, è un atto di fiducia. Un'offerta di pensiero, forma, colore, identità e trasformazione. Michele Zaza invita chi guarda a diventare co-autore: "L'arte ha senso solo se coinvolge. Se chi entra in quello spazio riconosce qualcosa di sé, allora l'opera ha vinto."
Pozzuoli accoglie un artista che ha fatto dell'arte un gesto di verità e giustizia, uno strumento di comunione e una cosmologia di speranza.